Questa è la storia di una donna che non voleva cadere.

Ho perso il lavoro due anni fa, dopo una vertenza lunga e dolorosa. Mi ritenevo fortunata, ero stata l’ultima ad andare via prima della vendita dell’azienda.

Avevo deciso di usare il tempo della cassa integrazione a mio vantaggio riqualificandomi e costruendo il mio futuro iniziando da qualcosa che amo da sempre. Fare la pasticciera.

Così decido di iscrivermi ad un corso professionale di alto livello. Lo concludo con successo e qui la prima delusione. Mi viene detto che nonostante le mie capacità non sono idonea ad uno stage per colpa del mio carattere “polemico” tendente a proteggere i compagni di corso e a contestare le “ingiustizie”.

Non mollo e con la forza che mi ha sempre contraddistinto riesco a procurarmi la possibilità di fare uno stage.

Non è facile: ho 46 anni e nessuna esperienza professionale nel campo se non la formazione, qualche esperienza amatoriale e la passione.

Riscrivo il curriculum che ovviamente aveva solo esperienze di informatica (20 anni nello stesso campo, 15 nella stessa azienda, ndr) e includo anche le molte esperienze amatoriali nel settore gastronomico.

Porto il CV in giro e una famosa pasticceria romana accetta di farmi fare lo stage. Un vero stage nel quale avrei realmente la possibilità di imparare il mestiere. Giubilo!

Attivo la procedura attraverso la scuola che ho frequentato, mando il cv… e dopo 10 giorni ricevo una telefonata. L’azienda che si occupa di gestire le pratiche dice che non posso fare lo stage perché troppo specializzata. Secondo i burocrati che si occupano del caso quelle tre righe di esperienze amatoriali, svolte gratuitamente o come volontariato sono “lavoro” ed essendo “lavoro” risulta che ho già troppa esperienza per poter accedere a degli stage.

Dopo richieste di spiegazioni riesco a far riaprire la pratica ma dicono che devo recarmi al centro per l’impiego per avere uno storico delle mie esperienze lavorative. Spiego che chi si trova in CIGS non può iscriversi al centro per l’impiego perché non è licenziata ma ancora in carico all’azienda anche se questa è in liquidazione.

Non serve. Diligentemente mi reco nell’ufficio e l’impiegato fatta una ricerca (in modalità occupato, ndr) non trova nessuna informazione sul mio fascicolo. Questo perché ai miei tempi le iscrizioni all’ex collocamento si facevano con il libretto cartaceo che poi passava da un datore di lavoro ad un altro e rimaneva in giacenza presso il posto di lavoro.

Ricostruire la carriera lavorativa vuol dire iscriversi al centro per l’impiego e quindi perdere il diritto alla cassa integrazione. In più qualche giorno fa è entrata in vigore l’ennesima riforma Fornero che prevede l’accesso allo stage solo a chi guadagna fino a 8000 euro l’anno precludendo di fatto questa possibilità a chiunque si trovi in cassa integrazione non in deroga.
Ricordo perfettamente l’atteggiamento della ex ministro rispetto a chi si trova in Cassa Integrazione: gente che si adagia con un reddito facile e non fa niente per uscire da questa condizione… certo poi fa una legge di merda che non mi fa fare gli stage, quindi non mi fa riqualificare, quindi non mi aiuta ad uscire dalla cassa integrazione.

Un mix di disperazione e di rabbia mi invadono e vedo per l’ennesima volta negare una possibilità di risalita. Non avevo chiesto niente, il corso me lo sono pagato con i risparmi (4000 euro, ndr) per lo stage non voglio rimborsi proprio perché percepisco già un sostegno economico. Chiedo snellezza, velocità mentale ai passacarte di uno Stato che è arrotolato nella sua stessa burocrazia.

A prima vista sembrerebbe che il centro per l’impiego e la Regione lavorino completamente scollati da Inps e Ministero del Lavoro. Se sei in cassa integrazione guadagni straordinaria con decreto ministeriale non passi mai per il centro per l’impiego anche quando sospendi la cassa per lavori a tempo e lo stesso per i lavori socialmente utili o tirocini che dir si voglia. Resti sempre legato alla tua azienda e alla procedura in corso. Le istituzioni non si parlano e se provi a muovere qualcosa è la fine…

Mi chiedo perché nell’ottica delle politiche per l’occupazione si creino compartimenti stagni diretti ai giovani e non si possano creare nicchie per recuperare i meno giovani… la famosa generazione perduta quella tra i 35 e i 50 completamente persa e dimenticata dallo Stato.

Per concludere l’avventura su suggerimento dell’impiegato mi rivolgo alla mia azienda o a quello che resta… ma ovviamente gli archivi sono in un magazzino chissà dove nell’interland milanese e la ricerca non è così immediata. I documenti che mi vengono forniti (cv presente in azienda e dichiarazione della stessa in cui si dichiara la mia anzianità aziendale e lo stato di sospensione dal lavoro con ricorso alla CIGS) e l’estratto conto INPS dei contributi non servono allo sportello stage per certificare le esperienze lavorative.

Mi chiedo se stavolta mi arrenderò. L’incazzatura è tanta e soprattutto la consapevolezza che si parla di occupazione senza conoscere i buchi neri della burocrazia.

2 pensieri su “Questa è la storia di una donna che non voleva cadere.”

  1. E’ d’obbligo far conoscere questa disavventura a quante più persone si conoscono, chissà forse arriverà all’occhio, e alla mente di chi può far qualcosa. Bisogna riflettere sul fatto che se sei un cassa integrato puoi prendere tre vie :
    1) fare la lagna e non fare niente, così si compiace anche la classe politica, gli imprenditori e quanti possono incidere sulla nostra vita lavorativa , dimostrando che i cassintegrati sono mediamente dei lavativi.
    2) cercare di trovare una strada professionale, da soli, anche alternativa con il risultato che se vuoi agire nella legalità non ci riesci. non hai possibilità di fare niente senza rischiare di perdere la CIGS che è la tua unica fonte di guadagno e ti permette di osare in qualcos’altro.
    3) il cassintegrato deve fare la lagna e il lavoro nero. solo così sono tutti contenti: il cassintegrato, il datore di lavoro evasore, il politico che si compiace di avere fatto avere la CIGS al lavoratore.

    la Cassa Integrazione è la morte civile del lavoratore, così come è concepita è lo strumento migliore per creare dei lavoratori disadattati.

    perché non si ragiona sul fatto che tutti i Cigs si iscrivono al centro per l’impiego e se trovano un lavoro, il datore è agevolato fiscalmente ed corrisponde uno stipendio che si va ad integrare con la cigs massimo fino al raggiungimento del proprio reddito annuo. se vogliamo far guadagnare lo stato in questa cosa il povero lavoratore paga un ‘x’ in più di tasse pro disoccupati.
    questo permette ai lavoratori e ai datori di conoscersi e magari di proseguire col tempo il percorso lavorativo. basta coi limiti di età si trova in difficoltà il lavoratore 30enne ma anche il 40enne e non dico niente sui 50enne

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